Pino Daniele : così locale, così globale!

 

Un’ eccellenza musicale come quella di Pino Daniele era riconosciuta già in vita.
Da oggi lo è e lo sarà ancora di più !
Tra i tanti articoli letti in occasione della sua recente e prematura scomparsa ne abbiamo selezionato uno da Repubblica che ,secondo noi, li riassume tutti.

La sua città senza retorica e solennità
BRUNO ARPAIA

Venti anni dopo la scomparsa di Massimo Troisi, ieri Napoli si è svegliata priva dell’altro suo cittadino «universale ». E, tra dolore, sconcerto e commozione profondi, ha riservato a Pino Daniele il rimpianto che si dedica a una parte perduta di sé. Bandiere a mezz’asta. Lutto cittadino. Flash mob in piazza Plebiscito per cantare insieme Napule è. Perché le radici del grande musicista sono talmente avvinghiate alla terra in cui affondano che è impossibile separarle dalla città. Eppure, partendo dai suoi vicoli o dalle sue periferie, non rinunciando quasi mai a parlare in dialetto, aveva valicato i confini locali e quelli nazionali. Strano? Non tanto. Pino Daniele era così radicalmente e profondamente napoletano perché di Napoli aveva colto la parte buona e vitale, vale a dire l’essenza più intima, quella meticcia: sapeva che i veri napoletani sono esuli ovunque, nomadi che non possono star di casa in una sola cultura, in qualunque cosa puzzi di definizione. Sapeva che Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è ’ nu sole amaro . Sapeva, come aveva fatto notare Ernst Bloch, che la cultura napoletana sta tutta in un atteggiamento mentale, in un modo di darsi alla creazione artistica o alla vita che non è «assenza di forma», ma piuttosto una forma diversa, più profonda, o tale per lo meno da non escludere nessun elemento del caos. Sapeva che Napoli era, ed è, un ribollente calderone in cui è difficile distinguere ciò che è greco da ciò che è romano, gli elementi normanni, svevi, angioini, aragonesi, da quelli strettamente spagnoli, austriaci, francesi, tedeschi, americani. Ma non rinunciava a prendere anche amabilmente in giro questa caratteristica della sua città.
Perciò, quando un po’ prima e un po’ dopo il terremoto del 1980, noi che eravamo più o meno suoi coetanei venimmo travolti da quelle note che mescolavano soul, blues, jazz, rock, funky e tradizione partenopea, sapemmo subito che la sua musica raccontava Napoli meglio di quanto avesse mai fatto nessun altro, perché ne restituiva, senza perdere nessuna sfumatura di grigio, la bellezza convulsa, la teatralità e la malinconia (così simile al blues), l’ironia e la disperazione, le luci e le ombre della fatica di viverci. La sua grandezza, però, stava nella capacità di raccontarla senza enfasi, senza pomposità. In una città afflitta dalla retorica, infatti, Pino Daniele, come Massimo Troisi, la usava per rovesciarne le premesse e le implicazioni, esibendo una Napoli nuda, priva di belletti, di maschere e di verbosità, splendida e dolente nelle sue contraddizioni, svelandole allo stesso tempo con rabbia e leggerezza. Era come il buon poeta di cui parlava Wystan Auden, che «dovrebbe essere come un buon prodotto agricolo, come pure un certo vino o un certo formaggio, che sono tipici di quelle colline e di quelle valli, ma che vengono, proprio per questo, apprezzati anche altrove. Qualcosa di locale, dunque, di provinciale, se volete, che anche altrove, o dovunque, resta apprezzabile».
Così, sulle note di Pino Daniele, Napoli arrivava ovunque, al di là della munnezza, della camorra, della corruzione, del malaffare, del disastro. Pino Daniele indicava una strada diversa a tutti coloro che vanamente andavano (e vanno) alla ricerca di una fantomatica «identità napoletana» e vi dedicavano anche qualche assessorato: diceva che è possibile conciliare le proprie radici, la memoria personale e storica, con ciò che va oltre quelle stesse radici; diceva che si può essere tanto più napoletani quanto più si è universali. E i napoletani, a ragione, oggi sentono di aver perso qualcosa di importante, di insostituibile. Una parte di sé. Un altro pezzettino di speranza.

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