La Grande Bellezza italiana diventa un business?

4de2b-levacanzecinesilastampa

IMG_4855
Da Pompei agli Uffizi via libera al business della grande bellezza
Gare aperte agli stranieri e meno vincoli alla vendita di gadget   per rilanciare i musei italiani.

Kingsman è un thriller in programmazione in alcuni cinema di Londra questo fine settimana. Il pubblico che ieri sera si è messo in fila alle casse ha accettato di pagare un biglietto del 40% più caro dell’accesso al sito archeologico più celebre al mondo: Pompei, dove si entra con 11 euro.
Se la visita a uno dei luoghi emblematici di una grande civiltà vale meno di una poltrona al cinema, uno dei due prezzi dev’essere sbagliato. E un’occhiata ai dati di consuntivo dell’arte in questo Paese lascia capire quale sia: l’autore britannico Charles Abbot stima che l’Italia ospiti metà dei grandi tesori dell’umanità, ma questi producono non più di cinquanta centesimi di euro l’anno per ciascuno dei suoi abitanti.
I ricavi da musei, siti archeologici, palazzi e gallerie l’anno scorso non hanno superato i 380 milioni di euro. Il costo della gestione è stato però di 350 milioni, dunque il profitto netto per lo Stato e i suoi contribuenti è appunto di mezzo euro per abitante. Non succede ovunque. La Gran Bretagna, con un patrimonio molto inferiore, ha di poco superato i cinque miliardi di fatturato da musei, rocche medievali e i pochi scavi che ospita. La Francia l’anno scorso ha incassato 2,5 miliardi solo attraverso il Louvre.
Forse presto qualcosa potrebbe cambiare. A meno di nuove battute d’arresto, dopo mesi di sordi conflitti fra burocrazie, Dario Franceschini dovrebbe muovere un primo passo già domani. Sul suo tavolo di ministro dei Beni culturali, lo aspetta per la firma il cosiddetto “decreto musei”. Serve a costituire 18 uffici affidati a manager e corrispondenti ad altrettanti grandi siti artistici: fra questi la Galleria Borghese di Roma, gli Uffizi, la Pinacoteca di Brera, la Reggia di Caserta, il Museo di Capodimonte a Napoli, il Polo Reale di Torino e il Palazzo Ducale a Mantova.
Quello previsto domani è un primo passo verso l’avvio, a fine gennaio, di un sistema aperto a grandi operatori privati, anche esteri, che dovrebbe permettere di aumentare i ricavi del patrimonio artistico del Paese. L’obiettivo è un fatturato da oltre due miliardi nel 2017 e un’ulteriore crescita negli anni seguenti, grazie a ingressi, librerie, accessori, guide o ristorazione. Non è una missione impossibile, visto il punto di partenza: l’anno scorso i 77 milioni di visitatori dei circa tremila luoghi d’arte in Italia hanno speso, in media, non più di 4,9 euro l’uno. Non più di tre o quattro musei d’Italia hanno un ristorante, mentre quello del Metropolitan di New York incassa ogni anno una cifra simile ai profitti di tutti i siti culturali d’Italia.
Dovrà migliorare tutto ciò che gli addetti ai lavori iscrivono alla categoria dei “servizi accessori” di un museo: biglietteria online e fisica, cataloghi e libri, bar o ristorante, guide. Oggi quell’offerta, che in teoria dovrebbe essere assicurata dalle soprintendenze, spesso è semplicemente inesistente. Quando c’è, viene affidata in modo frammentario a piccoli operatori locali che da quindici anni continuano a ricevere incarichi in proroga senza gare d’appalto. «Abbiamo ereditato una situazione intollerabile — è scappato di recente a Franceschini — . Non c’è nessuna attività dello Stato che sia in grado di gestire un bookshop».
Dall’anno prossimo 18 grandi musei e 17 uffici regionali, che raccolgono in rete gli altri luoghi d’arte, dovranno bandire grandi appalti per operatori privati per tutti i servizi che possono fiorire attorno ai musei. Potranno farlo solo secondo i criteri di redditività e di utilizzo degli spazi indicati dalla Consip, la centrale nazionale degli appalti controllata dal Tesoro. È stato il suo amministratore delegato, Domenico Casalino, a proporre a Franceschini questo tipo di innovazione. L’aveva suggerita anche ai quattro ultimi predecessori dell’attuale ministro dei Beni culturali, fin qui senza molto successo: una riforma del genere può fare anche dei perdenti, specie fra chi fin qui ha goduto di antiche posizioni di rendita. In gara ora ci saranno soprattutto grandi operatori nazionali come il Gruppo Civita o Coop Cultura, la spagnola Palacios y Museos o l’americana Antenna International. Se il piano fallirà, avrà creato nuove burocrazie per gestire gli appalti a fianco delle soprintendenze. Ma magari in Italia non tutto è sempre peggio di un film di seconda scelta a Londra.

IMG_5192Fai conoscere questa pagina e TBS a tutti i tuoi amici!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...