W la stampa !

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La buona notizia nel recente pasticciaccio governativo circa la nuova, presunta, norma pro Berlusconi ,è che la stampa sia stata capace di intervenire in tempo esercitando la sua fondamentale funzione di  vigilanza.
A questo proposito vi consigliamo l’ attenta lettura di questo articolo pubblicato da Repubblica .

LA FUNZIONE POSITIVA DEGLI SCANDALI

ALESSANDRO PACE

Si leggono nel  Vangelo di Matteo (18,7) le parole di Gesù: «Conviene che ci siano scandali, ma guai a chi li ha causati!». Non concordo perciò con chi di recente ha sostenuto che non avrebbe importanza conoscere chi, materialmente, ha inserito di soppiatto il famigerato articolo 19 bis della delega fiscale quando il testo era già stato approvato dal Consiglio dei ministri. È bensì vero che esiste la prassi di inserire, nei testi già formalmente approvati dal Consiglio dei ministri, aggiunte “fuori sacco” dopo la conclusione della riunione. Ma un’aggiunta intanto potrebbe essere considerata lecita, in quanto vi sia stato sul punto il previo accordo da parte di tutti i ministri presenti. È invece palesemente contra legem — configurandosi addirittura un falso materiale in atto pubblico (articolo 476 del codice penale) punibile da 3 a 10 anni — quando l’aggiunta sia stata introdotta di soppiatto. Nel nostro caso, essendo stato tempestivamente scoperto il falso, il fatto andrebbe punito a titolo di tentativo, e la pena verrebbe «diminuita da un terzo a due terzi» (articolo 56 del codice penale). Il delitto non è quindi venuto meno. Lo stesso accadde nel luglio 2011, quando si scoprì che il premier Berlusconi, all’insa- puta del ministro del Tesoro e dei ministri leghisti, aveva introdotto di soppiatto un comma 23 al testo del decreto legge sulla manovra finanziaria. Un comma che se fosse stato inserito nel decreto (pur non essendo stato approvato!), avrebbe spostato di 5 o 6 anni l’esecuzione della sentenza di condanna della Fininvest a pagare 560 milioni di euro alla Cir a titolo di risarcimento danni. Inutilmente in quell’occasione scrissi su queste pagine, il 20 luglio 2011, un articolo per indurre le opposizioni a presentare una mozione di censura nei confronti del presidente del Consiglio perché scandali del genere non avessero a ripetersi. Analoga iniziativa parlamentare ritengo oggi necessaria ancorché il premier si sia già impegnato a eliminare la norma dalla delega fiscale. Un impegno, quello di Renzi, che è del resto del tutto scontato. Trattandosi di una norma non formalmente approvata in Consiglio dei ministri e inoltre macroscopicamente contraria al principio di eguaglianza (in quanto prevede che la so- glia di impunità per le frodi commesse dai ricchi sia proporzionalmente più alta di quella dei meno abbienti), come potrebbe Renzi sostenere il contrario? La gravità dei fatti vieta che tutto finisca “a tarallucci e vino”, come invece accadde nel 2011. È quindi dovere “giuridico” (non solo morale e politico) del presidente del Consiglio istituire al più presto una commissione ministeriale d’inchiesta perché individui il (o la) responsabile del grave fatto e quindi trasmetta gli atti all’autorità giudiziaria. Se Renzi non istituisce la commissione d’inchiesta o comunque non si dà da fare per l’individuazione del (o della) responsabile, la responsabilità politica e giuridica ricadrà interamente su di lui. E in tal caso sarebbe realistica non solo l’ipotesi della mozione di censura (la cui approvazione non implica le dimissioni del soggetto censurato) ma addirittura l’ipotesi della mozione di sfiducia. Dobbiamo infine, e comunque, ringraziare la Provvidenza che lo scandalo dell’articolo 19 bis sia scoppiato, grazie alla stampa, prima che la Camera dei deputati approvi, in prima lettura (e quindi con ampia possibilità di modifiche) la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Alla luce di questi fatti la stessa componente maggioritaria del Pd avrebbe motivo per riflettere sulla gravità della concentrazione di potere che, grazie all’Italicum e alla riforma costituzionale approvata dal Senato, si determinerebbe: in prima battuta a favore della Camera dei deputati; in seconda battuta in favore del Pd; in terza battuta in favore del governo; infine in favore del solo presidente del Consiglio. Giunti a questo quarto livello, ci resterebbe soltanto da pregare, ancora una volta, la Provvidenza a che non abbiano a ripetersi episodi come quelli del 24 dicembre (con tanto di illecite aggiunte “fuori sacco”). In conclusione, non dobbiamo dimenticare che nella forma di governo parlamentare l’autorevolezza del governo non deriva soltanto dal presidente del Consiglio, ma anche dalla personalità dei ministri e dalla loro capacità di contrapporsi dialetticamente al premier; non già dalla presenza di yesmen e di yeswomen. Il rischio che corriamo tutti, con l’approvazione del combinato della legge elettorale-riforma costituzionale, è quello di una granitica personalizzazione del potere del premier privo di contro-poteri esterni e interni.

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