USA abbattuta la disoccupazione e boom assunzioni.

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Disoccupati americani al minimo: 5,6% e mai così tante assunzioni da 15 anni
FEDERICO RAMPINI da Repubblica

Un’annata d’oro, quasi tre milioni di posti di lavoro creati, una performance che non si vedeva da 15 anni. Il tasso di disoccupazione che scende sempre più giù, al 5,6%, cioè ai livelli precrisi del giugno 2008. E’ un gran finale del 2014 per l’economia americana. Con un’ombra, però. I salari continuano a languere, a conferma che la ripresa avviene in un contesto di debolezza contrattuale dei lavoratori, incapaci di spuntare condizioni retributive migliori. Anche se il loro potere d’acquisto non ne risente così negativamente, grazie alla manna petrolifera che regala alla famiglia media Usa dai 350 ai 700 dollari di risparmi annui.
Il dato di dicembre sul mercato del lavoro Usa ha superato ancora una volta le previsioni: +252.000 assunzioni in un mese, al di sopra anche della media annuale. Nella stessa occasione è stato rivisto al rialzo anche il dato di novembre: dai 321.000 si è saliti a 353.000, in quello che è stato il mese migliore del 2014. Complessivamente i posti di lavoro creati nel corso del 2014 sono 2,95 milioni e negli ultimi sei anni — cioè dall’inizio della presidenza Obama — sono ormai 10 milioni.
L’unico dato “stonato” riguarda quindi le retribuzioni. A novembre erano salite solo dello 0,2% e a dicembre sono ridiscese nella stessa misura, meno 0,2%. Bonaccia piatta su quel fronte, insomma. Questa dei salari è una preoccupazione, oltre che per i lavoratori (non a caso i sondaggi li descrivono assai meno ottimisti sullo stato dell’economia di quanto si potrebbe credere), anche per la Federal Reserve. In particolare da quando è presidente della banca centrale Janet Yellen, la Fed segue con attenzione non solo i dati quantitativi sul mercato del lavoro ma anche quelli qualitativi. Cioè la tipologia di posti e anche la dinamica salariale. Il quadro che ne esce è meno trionfale dei dati generici. Molti lavo- ratori occupati debbono ancora accontentarsi di un lavoro part-time mentre ne vorrebbero uno a tempo pieno. Il fenomeno della riduzione del tasso di partecipazione (disoccupati che rinunciano a cercarsi un posto e quindi escono dalle statistiche) è in miglioramento ma non ha riassorbito tutti i danni della crisi. All’interno dei disoccupati — pur in diminuzione — è più elevata del normale la quota di coloro che sono senza lavoro da più di sei mesi, la cosiddetta disoccupazione di lungo periodo che è anche la più difficile da sanare perché comporta una perdita di addestramento e di attitudini professionali.
Il fatto che i salari siano immobili riporta a dati strutturali del modello di sviluppo americano, preesistenti la crisi del 2008: è una crescita che concentra la massima parte dei benefici in una minoranza di privilegiati; il pote- re dei sindacati è ai minimi da mezzo secolo. In controtendenza, c’è il fatto che proprio all’inizio di gennaio è entrato in vigore in molti Stati Usa l’aumento legale del salario minimo garantito. E’ un’antica battaglia di Obama che tentò di far passare al Congresso un rialzo dagli attuali 7,25 dollari orari a 10,10 dollari orari, per il salario minimo imposto dalla legge federale. Il Congresso a maggioranza repubblicana non gliel’ha mai passata, argomentando che l’imposizione di aumenti salariali danneggerebbe le imprese e alla fine ridurrebbe l’occupazione. Ma la battaglia si è trasferita a livello locale e ormai sono 30 gli Stati ad avere aumentato i minimi legali. Questo dovrebbe avere effetti positivi a partire dalle retribuzioni del 2015. Separatamente a New York è in corso una battaglia collegata: per convincere il governatore Andrew Cuomo a sopprimere il privilegio concesso ad alberghi e ristoranti dove i datori di lavoro possono pagare molto meno del minimo legale, appena 5 dollari l’ora, col pretesto che il salario viene arrotondato dalle mance.

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