Due italiani a Londra editori da Oscar!

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Una bella storia, una best practice italiana che non troverete mai in prima pagina, se non nel nostro blog!

Il precariato, poi Dante e “La teoria del tutto”: storia di Alessandro Gallenzi ed Elisabetta Minervini “Così noi, italiani emigrati a Londra siamo diventati editori da Oscar”

ENRICO FRANCESCHINI su Repubblica
Non è esatto che quest’anno ci sia solo una candidatura italiana agli Oscar, quella della costumista Milena Canonero. La teoria del tutto , il film sull’astrofisico Stephen Hawking nominato a cinque statuette, è tratto da Travelling to Infinity, il libro scritto da Jane Hawking, prima moglie del teorico del Big Bang; e a pubblicare questo bestseller internazionale (uscito nel nostro paese con il titolo Verso l’infinito) è stata una piccola casa editrice inglese fondata da due italiani, Alessandro Gallenzi ed Elisabetta Minervini. Marito e moglie, entrambi laureati in lingue alla Sapienza di Roma, inizialmente entrambi traduttori di classici, lui dall’inglese, lei dal francese, sono arrivati a Londra nel 1997, giovani e senza conoscenze, e in meno di due decenni hanno costruito dal nulla un caso editoriale: premiati come migliore casa editrice indipendente, miglior design per le copertine dei libri, migliori diffusori della cultura italiana nel mondo. In Inghilterra hanno pubblicato Foscolo, Cecco Angiolieri, Cavalcanti, Dante, Verga, D’Annunzio, inediti di De Amicis come Memories of London o come le lettere di Tomasi di Lampedusa. Sono diventati amici di un leggendario uomo di cultura inglese, John Calder, editore di Miller, Burroughs e Beckett, da cui hanno acquistato l’intero catalogo, compresi i diritti di Viaggio al termine della notte di Céline e di “Esercizi di stile” di Queneau. Se si aggiunge che Gallenzi è autore di romanzi e poesie (pubblicati qui in inglese, ma che curiosamente nessuno ha finora pubblicato in Italia) e studioso di dialettologia (a cominciare dal dialetto di Genzano di Roma, sua città natale), e che Minervini, nativa invece di Molfetta vicino Bari, sta per pubblicare con Bloomsbury, l’editore di Harry Potter, un libro di ricette di cucina pugliese (titolo: Mammissima ), si capisce che siamo di fronte ad una coppia decisamente fuori dal comune. Era ora di andare a trovarli a Richmond, sobborgo residenziale londinese appena a sud del Tamigi, dove ha sede la casa editrice e dove vivono, per farsi raccontare come hanno fatto. Cominciamo dall’inizio: Gallenzi, perché siete emigrati a Londra? «In Italia facevamo traduzioni, da Zola a Gide, da Charlotte Brontë a Virginia Woolf, ma sono notoriamente poco pagate. La strada dell’insegnamento universitario era chiusa dalle solite raccomandazioni e baronie. Ebbi un’offerta per fare il lettore d’italiano a Leeds: andammo a vedere, la città non ci piacque, allora trovammo un posto a Londra per una piccola agenzia di traduzioni commerciali. Niente a che vedere con Zola e la Brontë: manuali per automobili, ma un po’ me ne intendevo, mio padre era carrozziere. Elisabetta ha trovato lavoro in una piccola casa editrice di libri di psicologia, si occupava del marketing e in breve tempo fu promossa a dirigere tutto il settore commerciale di una più grande casa editrice internazionale. Non aveva neanche 30 anni, in Italia se lo sarebbe sognata». Era così facile trovare lavoro, per degli stranieri, a Londra? «Arrivammo a Londra il giorno del ‘97 in cui Tony Blair entrò a Downing street. Era l’alba della cosiddetta Cool Britannia: spirava un vento nuovo, c’era grande entusiasmo, l’economia correva. E davvero non era difficile lavorare, una volta ricevetti tre offerte in un giorno solo». E poi? «Dopo aver fatto per qualche mese il commesso in una libreria, accettai un posto per un distributore internazionale di libri. Il proprietario era un arabo della Giordania, misi su l’ufficio di Londra tutto da solo, feci crescere il business. Ma la nostra passione restava la letteratura. Così proponemmo al giordano di fondare una casa editrice insieme: la chiamammo Hesperus, dal nome della stella del mattino, io ed Elisabetta avevamo il 10 per cento. Pubblicavamo solo classici, piccoli libri, chicche letterarie, riscoperte. Vincemmo quasi subito un premio per il design e cominciammo ad ampliare il catalogo. Avemmo l’idea di chiedere a grandi scrittori di farci l’introduzione e molti accetta- rono: Doris Lessing ne scrisse una per un libro di Balzac, Umberto Eco per uno di De Amicis su Costantinopoli. Fummo i primi a introdurre in Inghilterra la carta Munken per la stampa dei libri, la più raffinata. Alla Fiera del Libro di Londra facemmo uno stand bellissimo e gli altri editori facevano la coda per complimentarsi. Alla fine del primo anno avevamo un fatturato superiore alle 500 mila sterline». Non vi bastava? «Con il proprietario c’era differenza di mentalità. E desideravamo metterci alla prova da soli. Ottenemmo un prestito di 50 mila sterline impegnando la casa che avevamo appena acquistato con il mutuo e mettemmo su Alma Books. Il primo libro uscì nel novembre del 2005, due mesi dopo aver lasciato Hesperus, The English Harem, di Anthony McCarten: vendette 25 mila copie. Siamo diventati così amici che ha fatto da padrino al nostro secondogenito. E ora lui, dopo aver vinto un premio Bafta, è candidato all’Oscar, come sceneggiatore del film su Hawking tratto dal nostro libro ». L’Inghilterra letteraria non guardava dall’alto in basso due emigranti italiani? «Londra non ti discrimina perché sei straniero, giovane e non conosci nessuno. Quello che conta è se hai talento e che cosa proponi. La prova è l’amicizia che abbiamo sviluppato con Calder, uno dei più famosi editori britannici che ci vendette per così dire il suo intero catalogo di 300 titoli per 1 sterlina. Anche qui naturalmente c’è una cerchia in cui non entri, se non hai fatto Eton o Harrow e poi Oxford o Cambridge, ma c’è spazio anche per gli outsider, è una realtà meritocratica ». E come è nato il libro dell’Oscar? «Siamo andati a Cambridge a conoscere Jane, prima moglie dello scienziato. Qualche anno prima era già uscita una prima versione delle sue memorie, molto criticata, andata male. Insieme abbiamo lavorato a una nuova versione, più breve seppure di 400 pagine, meno dura verso Stephen, con cui a distanza di tempo aveva migliorato i rapporti. Il libro è andato subito benissimo, l’abbiamo venduto in venti paesi e siamo diventati quasi i consiglieri di Jane e l’abbiamo incoraggiata ad accettare che ne fosse tratto un film». E adesso cosa vi preparate a pubblicare? «Stiamo per uscire con A Literary Tour of Italy di Tim Parks e con un altro piccolo inedito, Le avventure di Pipì, lo scimmiottino color di rosa , di Carlo Collodi, scritto dopo Pinocchio. E naturalmente speriamo di vendere presto The Theory of Everythin ’ con la fascetta: da questo libro il film che ha vinto l’Oscar».
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